IL PRETE NELL’UOMO – L’UOMO NEL PRETE il Libro di Poesie di Padre Gilberto Vivas | Recensione di Enza Spagnolo Poeta e Critico Letterario
Il Canto dell’Anima: Tra la Ferita della Vita e lo Sguardo di Cristo
Padre Gilberto Vivas, in questa raccolta poetica, ha tracciato il suo percorso spirituale, scrivendo, di fatto, un vero e proprio testamento dell’anima — il testamento di un uomo e di un poeta in cui la fede si rivela come una strada che ha una meta certa e sicura, ma non priva di dramma e dolore. I versi costruiscono un itinerario biografico e interiore che lo ha reso l’uomo e il sacerdote che è oggi, senza censurare nulla dell’umano, neanche la caduta o il peccato. Anzi, proprio l’esperienza del peccato, il toccare con mano il fondo del male, diventa nelle sue liriche il punto di rottura da cui risalire, pian piano, verso la luce della Grazia.
Il Seme della Famiglia e il Germoglio tra le Spine
Elemento cardine nella costruzione della sua identità umana e sacerdotale è il legame profondo con la famiglia, con il papà e con la mamma, come si evidenzia in molte delle poesie a loro dedicate. La fede è stata un seme che l’ambiente familiare ha piantato precocemente nel suo cuore; un seme che, piano piano, ha germogliato. Tuttavia, far crescere e coltivare questo germoglio è stato un cammino drammatico. Padre Vivas ha affrontato a viso aperto il male del mondo, è caduto in tentazioni, ha vissuto la realtà ruvida e violentissima del suo paese d’origine e ha incontrato persone che, per lungo tempo, lo hanno distolto dalla guida del bene. Eppure, quel piccolo germoglio piantato dai genitori, pur piegato e calpestato, non si è spezzato.
La linfa vitale ha ripreso a scorrere lentamente, fortificandosi grazie a incontri decisivi, alla testimonianza di una fede autentica e, soprattutto, all’incontro radicale con l’umano e con Cristo. È un Cristo che non si impone dall’alto, ma che si fa presenza silenziosa, compagno di viaggio discreto. Come sulla strada di Emmaus, Gesù affianca gli apostoli mentre sono smarriti e non lo riconoscono, ma fa strada con loro, ne scalda i cuori e ne redime i passi. Padre Vivas traccia così un cammino irto, faticoso e potentemente umano, in cui sperimenta la croce, la sofferenza e quella spina che si conficca nella carne. Una ferita che lo accompagna, ma che l’amore transforma in fecondità.
Il Poeta Artigiano e la Forza Trasformatrice dell’Amore
In questo itinerario, padre Gilberto si rivela come un vero e proprio poeta artigiano: la sua scrittura non è decorazione, ma un lavoro manuale e spirituale con cui egli costruisce, plasma e dà forma al vissuto. Ma in questo processo avviene il prodigio più grande: nel momento stesso in cui lavora la parola, il poeta accetta di farsi plasmare. Padre Gilberto diventa egli stesso creta tenera e docile nelle mani del Creatore, materia viva attraverso cui la Grazia di Dio riesce a rivelarsi e a farsi visibile agli altri.
Il segreto di questa metamorfosi è uno solo: l’Amore. È l’amore che feconda, è l’amore che trasforma il fango in capolavoro e riscatta ogni oscurità mutandola in bellezza. Questa forza travolgente non è un concetto astratto: il poeta l’ha sperimentata nella sua verità più nuda attraverso l’amore umano, l’amore profondo e purissimo provato per Bianca. Nella poesia a lei dedicata, l’affetto si fa epifania e soglia del divino; amando lei, il poeta impara l’alfabeto della dedizione totale. L’amore per la creatura diventa lo specchio e il ponte verso l’Amore con la maiuscola, dimostrando che ogni autentico legame terreno è già una scintilla di Eterno che feconda l’esistenza. Ogni versetto pulsa di questa carne redenta, dove la parola si fa testimonianza pura che trae origine dal silenzio, dal dubbio e dalle macerie della storia.
Come evidenzia acutamente Milagros M. de Zamora nella sua nota biografica e critica a pagina 145, l’opera “ci offre un’ispirazione diretta di eventi specifici della sua vita, sempre mutevole e dinamica, appassionata, febbrile, debole, paurosa o trionfante. Cadute e conseguenze, suppliche e aiuto materno e divino, riflessione, preghiera e conversione”.
Oggi che la cronaca si fa tragedia, che la sua parrocchia di Catia è stata distrutta dal terremoto e il suo stesso paese natale è sprofondato nella distruzione, nel dolore, nella morte e nell’abbandono dei figli rimasti orfani, questo testamento spirituale cessa di essere una semplice memoria del passato. Diventa una vera e propria bussola dello spirito, un orientamento per non perdersi negli abissi della disperazione collettiva, un’opera che, per usare ancora le parole di Milagros M. de Zamora, “va oltre la bellezza letteraria e, senza dubbio, spingerà molte anime alla conversione”.
La Poesia in Copertina: La Resa Docile del Dolore
Il nucleo visivo e spirituale che introduce il lettore all’opera (e che trova la sua eco perfetta nella lirica “La Tua Grazia vale più della vita”) è la potente metafora del roseto e della spina:
“Nel mio giardino c’è un roseto / di colori diversi […] Per me una sola è bella / mi ha catturato e non mi lascia / la sua spina si è conficcata / nulla la mia resistenza”
Dunque, questa spina si conficca nella fiera resistenza dell’umano, la piega e la rende docile, modellando il poeta proprio come l’artigiano modella il fango. È una docilità mistica, necessaria per poter prendere su di sé e affrontare tutto il carico di dolore di una umanità sofferente che attende il riscatto. La copertina e la lirica ad essa collegata non celebrano un amore ideale, ma l’irruzione della Grazia che afferra l’uomo attraverso la ferita.
Di fronte alle macerie attuali del terremoto e allo strazio degli orfani, la spina si fa carne collettiva. Eppure, la morte non è l’ultima parola della vita, perché la vera parola della vita è la Risurrezione. Proprio per questo, questo libro è veramente una Pasqua: l’attraversamento cosciente del sepolcro e del venerdì santo per approdare, con ferite indelebili ma gloriose, alla luce del mattino di Pasqua.
Il Valore della Parola: Vita, Fede e il Mistero della Terracotta
All’interno di questo orizzonte di ricostruzione e rinascita pasquale, i concetti di parola, vita e fede si intrecciano offrendo un ancoraggio saldo per l’azione.
La Parola è Vita e Azione (La vasca di terracotta): di fronte alla devastazione materiale e umana, la poesia diventa un motore d’azione in cammino per il bene. La parola è il luogo in cui la vita viene strappata alle macerie. Il lutto non è l’epilogo, perché a pagina 143 il testo ci ricorda una verità monumentale: “il Signore ha raccolto tutte le tue ansie e le tue lacrime in una vasca di terracotta”. Questa immagine rivela che nulla va perduto, nessuna sofferenza è vana. Quella vasca, plasmata dalla terra e cotta nel fuoco della prova, richiama la natura stessa del poeta che si è fatto creta: lo scrigno in cui Dio custodisce con infinita tenerezza ogni singola ferita, ogni caduta del passato, l’amore vissuto e persino il pianto presente degli orfani, trasformando lo strazio in un’offerta feconda che profuma già di Risurrezione.
La Parola è Fede: la fede del poeta è l’unico pilastro incrollabile che resta in piedi quando crollano le mura materiali della chiesa. È la certezza che, nonostante il caos esterno, il peccato e la polvere della distruzione, “nel profondo del mio essere / nell’origine impulso creatore / la misericordia ha plasmato / la sua icona sacra”.
La Fede come Incontro e Resurrezione: nella desolazione del ritorno al paese tra le rovine, farsi carico degli orfani significa scorgere il volto di quel Cristo che ha camminato con lui fino ad Emmaus. L’antico interrogativo lirico dell’autore (p. 129) risuona oggi con una potenza profetica e tragica:
“Che distanza c’è […] tra i tuoi sentimenti e i miei. / Forse non ci sono luoghi d’incontro / che si separa la tristezza dalla gioia, / l’amore dall’odio, / il tuo timore dalla speranza? / Più di tutto questo l’uomo partecipa / nell’amore e nell’odio, / nella vita e nella morte. / Risorgi!”
Questo “Risorgi!” diventa un imperativo esistenziale per l’umanità ferita, la conferma definitiva che la morte è vinta e che la risposta all’amore eterno, fiorita dal fango, è una “perla preziosa / fiore puro e santo è questo”.
Conclusione: Il Mandato di Emmaus e il Calvario del Popolo
Prima il seme della fede, poi il suo germoglio, il suo fruttificare e il suo camminare tra la gente. Ora, giunto al culmine di questa maturazione interiore, Padre Gilberto riceve un compito definitivo e provvidenziale. È il momento di ritornare nella sua terra ferita per ricostruire quell’umanità che oggi sembra perduta sotto il crollo delle case, dove le persone muoiono e la carne è veramente lacerata e sanguinante.
In questo scenario catastrofico, il poeta e pastore deve camminare. Non può fermarsi, non può abbandonarsi ai dubbi. Adesso è l’ora di continuare la testimonianza, aggrappandosi alla certezza che tutto ha un senso profondo, anche quando rintracciarlo tra le macerie appare un’impresa impossibile. Non ci si può arrendere, non si può cedere al male. C’è l’obbligo spirituale di continuare a credere nel bene, di riscoprirsi fratelli, di andare incontro all’umano per restituire dignità e speranza a una realtà così dolorosa. La fede, oggi più che mai, deve continuare il suo cammino nelle periferie della sofferenza. Come sulla strada di Emmaus, Padre Gilberto cammina a fianco di un’umanità spezzata, portando nel cuore quel gioioso e paradossale grido finale dell’anima redenta:
“Ferito! Ferito! Ferito! / Amore! Amore! Amore! / Viva! Viva! Viva! / L’ho ottenuto!”
Perché oggi il popolo del Venezuela è Cristo in croce. Dobbiamo abbracciarlo. Dobbiamo accettare la morte e dobbiamo camminare insieme, senza lasciarci mai, come compagni fedeli dello stesso destino pasquale. Padre Gilberto Vivas ci consegna un’opera in cui la poesia si fa liturgia e la ferita della terra diventa feritoia di luce. Il libro si offre come lo strumento perfetto per mettersi in marcia, nella consapevolezza che la Grazia provvede sempre e che, camminando insieme a Cristo e al suo popolo, scopriamo che “Tutto è presenza e Grazia”.
Enza Spagnolo
Poeta e Critico Letterario

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.