Scrivere da giovani: trovare la propria voce in un mondo che corre
di Denise Gjoka
Dove trova ossigeno la tua anima quando si smarrisce in un mondo in affanno?
Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di stimoli che ci distrae dalla necessità di un’esistenza autentica. I nostri desideri si deformano ai ritmi incessanti di una realtà oppressa dal suo stesso sistema, che invece di esaltare la cultura la annichilisce riducendo così la creazione d’arte. In un mondo dominato dall’utile, dall’efficienza economica e dalla mercificazione, un mondo che non solo corre ma consuma voracemente, è fondamentale cercare un luogo che permetta di preservare l’integrità della propria essenza.
Per un autore quel luogo non è astratto: è la superficie bianca di un foglio, è la possibilità di sentire il caos scorrere in ogni fibra del corpo fino a riversarsi in parole, dando ordine a ogni frammento che si dimenava nello scompiglio della mente. La lotta diventa dunque sottrarre il proprio pensiero alla rapacità del mondo, avere il coraggio di fermarsi e riconoscere che si è vittima di una rivoluzione costante di cui diventiamo carnefici accelerando la corsa. Nasce così una contraddizione crudele: mentre provi a custodire la tua essenza, avverti la pressione costante di doverti adattare e levigarti in forme che non sai se ti appartengono. Una pressione che ti spinge ad accumulare maschere prima ancora di aver capito quale sia il tuo vero volto. Ma come si può pretendere che si reinventi chi non ha ancora avuto nemmeno il tempo di scoprirsi?
Per un giovane è ormai naturale sentire il proprio essere sfumare nel dover essere imposto dagli altri, sentendosi deformare di fronte alle aspettative altrui; perciò, mentre cerca di scoprire chi è, avverte l’angoscia di essere già in ritardo. Sembra che tutti sappiano già tutto, che ogni idea sia già stata sviscerata e che non rimanga altro che subire passivamente il presente, lasciando che la propria voce si diluisca nel brusio circostante, omologandosi a tutte le altre. Eppure, anche se sente che ogni cosa è già stata detta, scritta e condivisa, non può esimersi dal suo istinto primordiale di farsi sentire, di essere appieno se stesso. Così nasce la necessità di scrivere: non perché si possiede il sapere, ma per tentare di sopravvivere alla vertigine dell’inadeguatezza.
Non si tratta di presunzione: si impugna una penna per usarla come arma contro l’aggressione delle domande nella propria testa, perché anche se tutti sembrano sapere le risposte ciascuno sente di avere la propria battaglia da combattere per scoprirsi. Per questo per uno scrittore ciò che nella mente è informe e soffocante diventa ordine nella sintassi impressa su un foglio, e ogni traccia d’inchiostro si trasforma in un sospiro in cui l’anima trova tregua dall’affanno.
Zygmunt Bauman, nelle sue riflessioni sul Modus vivendi e sulla Modernità liquida, ci permette di riconoscere quella paralisi che l’essere umano prova di fronte al flusso inesorabile della produttività, la quale procede a un ritmo rapace da cui sembra impossibile sradicarsi. Ma per chi scrive da giovane, questo sradicamento non è una teoria ma un’azione sanguigna e necessaria. In un mondo che premia il prodotto finito, la ricerca della propria voce diventa un atto di resistenza viscerale. Significa sottrarre la propria essenza al mercato dell’omologazione per restituirla alla libertà imperfetta, spaventosa e coraggiosa di chi si sta ancora scoprendo. Scrivere diventa così una forza dello spirito che si ribella alle architetture della propria mente, e per un essere acerbo diventa l’atto più potente di ribellione con cui può rivendicare il diritto di essere incompiuto. Perché la capacità di auto-definirsi fiorisce con la sua esigenza di trasporre ogni parte di sé nelle righe vuote di quella pagina, che silenziosa accoglie la sua verità senza levigarla alle forme prescritte dell’esterno. Il caos diviene così un trambusto che accompagna i pensieri ad emergere, che conduce l’anima di un autore in erba a sentire che è proprio in quell’istinto a scrivere che ha trovato il suo luogo di salvezza.
Per un giovane perciò scrivere significa decidere di abitare la propria lacerazione, quella ferita causata da un mondo che nella sua fretta devastante quasi ci strappa al raggiungimento del nostro vero io incondizionato. La parola diventa dunque quell’afflato di sollievo e quell’intima ricerca della propria verità che riga dopo riga affranca all’obbligo di aderire ai modelli della società. La scrittura diviene così la creazione di un proprio spazio autonomo e inviolabile, un luogo in cui l’inadeguatezza diventa autenticità e il battito segue i ritmi freschi di un’anima che, pur acerba, impara a respirare.
Denise Gjoka
Denise Gjoka è una giovane scrittrice italiana, autrice del romanzo d’esordio Anime caduche, pubblicato nel 2024 da TraccePerLaMeta Edizioni. Attraverso una scrittura introspettiva affronta temi legati alla fragilità umana, alle relazioni familiari, all’identità e alla responsabilità individuale.
Nel 2026 ha ricevuto il Premio Speciale della Critica, nella sezione Narrativa Giovani, al XIII Premio Internazionale “Città del Galateo – Antonio De Ferrariis”.
La sua ricerca letteraria si concentra sul rapporto tra interiorità, scrittura e condizione giovanile, esplorando la parola come strumento di conoscenza di sé e di espressione personale.
“ANIME CADUCHE” di Denise Gjoka

