La Scrittrice Andreina Moretti e il suo romanzo “Una Brava Moglie” sul silenzio e la violenza – L’intervista
Rompere il silenzio, senza urlare
Conversazione con Andreina Moretti a cura di Francesco Nigri
Ci sono libri che nascono dal rumore dell’attualità e libri che, al contrario, prendono forma nel silenzio. Una brava moglie, il romanzo di Andreina Moretti edito da TraccePerLaMeta Edizioni e con nota critica del critico letterario Enza Spagnolo, appartiene a questa seconda, più rara categoria: quella delle opere che non cercano lo scandalo né la semplificazione, ma scelgono la misura, l’ascolto, la responsabilità della parola.
Il titolo, solo in apparenza rassicurante, richiama un modello culturale che per lungo tempo è stato presentato come virtù: obbedire, tacere, sacrificarsi, non disturbare. Un modello che ha prodotto dolore, normalizzato il silenzio e reso invisibili molte forme di violenza, soprattutto quelle che non fanno rumore e restano confinate dentro le mura domestiche.
Scrittrice, Presidente dell’APS Il Guscio, Andreina Moretti è da anni impegnata nella difesa dei diritti delle donne e nel contrasto alla violenza di genere. Il suo romanzo nasce dall’ascolto di storie reali, dalla consapevolezza che certi meccanismi non appartengono solo al passato, ma continuano a ripetersi nel presente sotto forme nuove, spesso più difficili da riconoscere.
In Una brava moglie la violenza non viene esibita né spiegata, ma attraversata con rispetto. Il silenzio — imposto, interiorizzato, normalizzato — diventa quasi un personaggio, una presenza costante che educa a non nominare il dolore e a non interrogare ciò che viene definito “normale”. La scrittura sceglie di restare un passo indietro, lasciando spazio al lettore, chiamato non a giudicare ma a sostare nelle zone d’ombra.
In questa conversazione, Andreina Moretti riflette sul senso del titolo, sulla responsabilità di raccontare il dolore senza tradirlo, sul rapporto tra letteratura e consapevolezza, sul valore della memoria come atto urgente. Ne emerge l’idea di una scrittura che non consola e non offre risposte, ma pone domande necessarie.
Perché, come suggerisce l’autrice, se un romanzo riesce a incrinare certezze troppo a lungo date per scontate, allora ha già compiuto il suo gesto più autentico.
Una brava moglie è un titolo che colpisce e inquieta. Come è nato e quale significato porta con sé?
Il titolo nasce da un’espressione che per anni è stata considerata un valore, quasi un traguardo. “Essere una brava moglie” significava obbedire, tacere, sacrificarsi, non disturbare… non essere curiosa, inopportuna, pettegola, sfacciata, civettuola…
Mi interessava mettere in risalto questa ambiguità: un titolo apparentemente rassicurante che invece nasconde un sistema di aspettative e di silenzi imposti alle donne. E’ inquietante perchè richiama un modello che ha prodotto dolore, ma che troppo spesso veniva raccontato come virtù.
Questo libro affronta temi delicati come il silenzio, la violenza e i ruoli imposti. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che questa storia doveva essere scritta?
Si, ho sentito molto forte il bisogno di scrivere questa storia, quando mi sono resa conto che certi silenzi non appartengono solo al passato, ma continuano a pesare sul presente. I ruolo imposti, la violenza che non fa rumore, l’abitudine a non dire per non “creare scandalo” sono ferite ancora aperte. Scrivere “Una brava moglie” è stato un modo per rompere quel silenzio e restituire voce a chi non poteva parlare.
La tua scrittura non indulge mai nello scandalo o nella denuncia urlata. È stata una scelta consapevole? Che rapporto hai con il dolore quando diventa narrazione?
Si, è stata una scelta precisa. Credo che il dolore, quando viene urlato, rischi di diventare rumore. Io ho cercato il silenzio, l’attesa, ciò che resta sospeso e non detto. Il mio rapporto con il dolore nella narrazione è di rispetto: non volevo usarlo, ma ascoltarlo. Raccontarlo senza esibirlo per rafforzare il dolore.
Sei Presidente dell’APS Il Guscio e da anni sei attivamente impegnata nella difesa dei diritti delle donne. In che modo questo impegno ha attraversato — o è rimasto fuori — la scrittura del romanzo?
Il romanzo nasce da tanti singoli fatti reali e dopo tanto ascolto di storie dolorose. Nel Guscio ho incontrato storie diverse ma con le stesse dinamiche che si ripetono: il silenzio, la colpa, il timore di perdere i figli. Una brava moglie raccoglie questo sentire, lo trasforma in narrazione, senza cronaca. E’ un romanzo che attraversa il dolore lungo tutte le pagine, è autentico, è reale.
Quanto è difficile raccontare la violenza senza trasformarla in spettacolo o semplificazione?
E’ una responsabilità raccontare il dolore. Il rischio dello spettacolo o della semplificazione è sempre presente. Per questo ho scelto di restare un passo indietro e non narrare tutto. La violenza, quella all’interno delle mura domestiche, va raccontata con misura e verità, lasciando spazio al lettore. Solo così diventa consapevolezza.
Nel libro emerge con forza il tema della “normalizzazione” della violenza. Quanto è ancora presente, oggi, questo meccanismo nella nostra società?
La normalizzazione della violenza è molto presente oggi, soprattutto nei giovani. Oggi è normalizzata, mimetizzata nel controllo, nella svalutazione, nel silenzio imposto. Possono cambiare contesti e linguaggi ma il meccanismo è lo stesso: far credere che sia “normale”, che sia colpa di chi subisce. E’ proprio questa forma invisibile che rende la violenza più difficile da riconoscere e spezzare.
Che tipo di lettore o lettrice immagini mentre scrivi? C’è una persona, reale o ideale, a cui senti di rivolgerti?
Scrivo a un lettore attento, disposto ad ascoltare. Qualcuno che sappia sostare nelle zone d’ombra e sappia porsi delle domande. La figura ideale è empatica e con profondo senso critico, che attraversa la storia senza giudicare.
Credi che la letteratura possa ancora incidere sul pensiero collettivo, oppure il suo compito è più intimo e silenzioso?
Credo che la lettura non cambi il pensiero collettivo in modo diretto e immediato, ma sedimenta in profondità, scalfendo le certezze e ponendo dubbi.. Se un romanzo riesce a a incrinare le sicurezze, è riuscito nel suo intento.
Scrivere di questi temi comporta anche una responsabilità etica. Ti sei mai sentita esposta, o vulnerabile, nel dare forma a questa storia?
Scrivere di questi temi significa esporsi, perchè non si racconta qualcosa di neutro, ma si toccano ferite ancora aperte. La responsabilità etica, per me è il non tradire il dolore con la semplificazione. Esporre la storia aspettando che qualcuno si riconosca o identifichi qualcuno di sua conoscenza.
Che ruolo ha avuto il silenzio — quello imposto, quello scelto, quello interiore — nella costruzione del romanzo?
Il silenzio imposto è stato una presenza costante, quasi un personaggio. E’ il silenzio che schiaccia, che educa a non chiedere, a non nominare il dolore. Nella costruzione del romanzo ho cercato di rispettarlo senza romperlo bruscamente. Perchè proprio da quel dolore non scelto nascono le fratture più profonde del romanzo a cui ho cercato di dare forma.
Cosa speri resti al lettore dopo aver chiuso Una brava moglie? Una risposta, una domanda, un’inquietudine?
Spero resti una domanda. Se il romanza riesce a far considerare ciò che per troppo tempo è stato definito “normale” allora sono riuscita a fare un buon lavoro.
Se dovessi definire questo libro con una sola parola, oggi, quale sceglieresti e perché?
Direi necessario. Perchè non cerca di spiegare o consolare, ma di ricordare. In un tempo che corre veloce e dimentica in fretta, ricordare diventa un atto urgente.
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