La vertigine del volo nella poetica di Mario De Rosa
Recensione di Enza Spagnolo, Critico Letterario e Curatrice Editoriale
Nella gamma dei pigmenti naturali, l’ocra non è mai un colore astratto: è la tinta della sostanza, la polvere della campagna riarsa dal sole di mezzogiorno, la sfumatura dorata delle spighe di grano pronte per la mietitura e il colore caldo delle radici. Non è un caso che Mario De Rosa abbia scelto proprio questo tono per intitolare la sua opera, Voli ocra (Leonida Edizioni). Fin dal titolo si avverte l’architettura cromatica e simbolica che regge l’intera silloge: una poesia che vive del dialogo costante tra l’ocra della terra calabra e il blu profondo del mare Jonio, costruendo attorno ai colori una mappa precisa degli affetti, del tempo e dell’anima.
Attraverso questo contrasto cromatico, il libro sviluppa un doppio movimento continuo: la spinta ad alzarsi in alto per guardare il mondo con occhi diversi e il bisogno di ritornare verso il suolo, alla casa d’origine e alla sacralità delle cose semplici. La poesia di Mario De Rosa possiede così la leggerezza del volo e la fortezza della radice.
Questa duplice natura si riflette in un’intensa carica lirica che sa raccontare la vita di tutti i giorni con un tono pulito e una grazia impalpabile, simile al battito d’ali di una rondine o al respiro leggero del vento. In questi versi non c’è spazio per il compiacimento verso gli aspetti più crudi o violenti del reale; persino gli elementi della fatica e del sacrificio quotidiano non vengono esibiti con durezza, ma sono quasi accarezzati dalla memoria. Il lavoro e la sofferenza vengono così trasformati da una profonda dolcezza per le cose antiche, per quel mondo di valori semplici che resta caro ai ricordi del cuore.
De Rosa sceglie termini riconosciuti e vissuti sulla propria pelle, intrisi di una memoria personale che ha nutrito la sua stessa vita. Questa aderenza fisica al reale è il vero motore della sua scrittura. Nel ricordo del padre, in Di te, la fatica del lavoro quotidiano non diventa motivo di cupa disperazione, ma si scioglie nell’affetto attraverso la percezione dell’«odore acre», del ritmo della bicicletta e del «callo d’ogni fatica» stampato sulle sue mani. Lo stesso accade per la casa d’infanzia, dove il ricordo si fa calore condiviso: è la consistenza dell’«impagliata sedia», il «pane essenziale nella madia» e il fumo della minestra calda mentre fuori minaccia il temporale (La casa).
Questa attenzione sensoriale edifica una vera e propria religione della famiglia e delle origini. L’uomo, nella visione di De Rosa, è fatto e sostanziato della natura e della geografia precisa in cui è nato. La Calabria entra nel sangue dei versi con i suoi cromatismi netti: da un lato l’ocra della terra arida e il giallo della spiga matura — simbolo di continuità che il poeta ritrova nel figlio in Marco 18 —, dall’altro l’azzurro primigenio della costa. Gli «effluvi salmastri» misti al profumo dolciastro del gelsomino (Jonio) o lo sferragliare della lenta littorina che riporta a casa per le feste (A casa per Natale) testimoniano un legame viscerale con il proprio focolare. I ricordi della madre-rondine (La mia rondine) e l’attenzione per la crescita dei figli diventano così l’unica vera àncora di salvezza di fronte al disincanto del presente.
Tuttavia, rimanere legati alla terra non significa restarvi schiacciati. È qui che la poesia di De Rosa rivela la sua funzione più alta: essa si configura come una chiave di lettura della realtà e come uno spazio di reale libertà (Free). Quando il presente si fa arido, il poeta sente l’urgenza di staccarsi da terra: la penna si fa come una rondine lanciata oltre i continenti (La mia penna era ieri una rondine) e il verso si eleva per guadagnare altezza.
È un passaggio fondamentale: il volo non abbandona la realtà, ma la porta con sé. In questa ascesa, il volo prende il quotidiano e lo trasfigura, sottraendo i gesti, gli oggetti e gli affetti di tutti i giorni all’usura del tempo per consegnarli a una dimensione mitica ed universale. Lo sguardo non si limita a cercare una pace individuale, ma allarga l’orizzonte per incontrare altre vite e altre storie. La poesia diventa così anche un modo per rendere omaggio a grandi figure della cultura e della storia civile: da Pasolini ad Oriana Fallaci, fino a sensibilità vicine come quelle di Patti Smith, Ezio Bosso o Pino Daniele. In queste liriche, De Rosa riconosce nel coraggio di altri spiriti liberi lo stesso bisogno di verità che anima la sua ricerca.
Sguardo ed emozione finiscono per coincidere nell’immagine, che sintetizza l’intera silloge, dell’«osmosi di anime esondate» (Jonio): la scrittura raccoglie ciò che straripa dal cuore umano e lo mette in sintonia con la natura. È proprio in questo punto di contatto tra terra e mare che l’esperienza interiore prende colore, perché a contatto con l’immensità marina «blu diventa l’anima» (Jonio). La poesia si mette così in ascolto del lamento del vento per dare ancora voce e spazio alle storie di chi non c’è più, ma chiede di essere ricordato (Se sapessi tradurre).
Questa dialettica tra l’alto e il basso si riflette con coerenza nella struttura dei testi. De Rosa predilige un verso libero, breve e incisivo, con una fitta presenza di quinari e settenari, dove gli enjambement creano un ritmo lieve e sospeso, simile alle raffiche del vento o al respiro del volo. Ma quando il racconto torna sul terreno solido della memoria, la metrica si ricompone nella misura più distesa e rassicurante delle quartette.
La vera cifra stilistica di Voli ocra risiede proprio nel “segno poetico” di Mario De Rosa, un’articolata geografia verbale dove i diversi piani dell’esperienza umana convivono e si alimentano a vicenda. Troviamo così il lessico della terra e della memoria legati all’ocra, popolato da parole fisiche come callo, madia, pane, sedia, fumo, spiga e radici, che restituiscono alla fatica quotidiana tutta la sua dignità. A questo si affianca il lessico dell’aria e della libertà proprio del volo, affidato a termini sospesi come rondine, penna, vento, brezza, ali e orizzonte, capaci di aprire la scrittura verso il mondo e di trasfigurare il vissuto. Infine, il lessico del mare e dell’anima si tinge di blu attraverso immagini sensoriali come salmastro, gelsomino, onda ed esondate, con cui il poeta raccoglie e trattiene tutto ciò che straripa dal cuore.
Voli ocra si rivela così una silloge d’inconsueta maturità e sincerità. Mario De Rosa dimostra che la poesia non serve a fuggire dal mondo, ma offre la forza di alzarsi in alto per respirare con leggerezza, incrociare le storie degli altri e comprendere la realtà da un’angolatura più profonda, per poi riatterrare sempre lì dove batte il cuore: tra i profumi di casa, la luce del mare e il colore caldo della propria terra. Perché, in fondo, la poesia di Mario De Rosa possiede la leggerezza del volo e la fortezza della radice.
Enza Spagnolo | Critico Letterario e Curatrice Editoriale

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