Giovani: la libertà non ci esonera dalla scelta
Il Corsivo di Ladislaw
Ogni generazione ha avuto la propria musica, i propri linguaggi e le proprie provocazioni. E quasi ogni generazione adulta ha guardato quella successiva domandandosi, almeno una volta, dove stesse andando.
È una storia antica.
Cambiano le parole, cambiano i suoni, cambiano i modi di vestire e di comunicare. Rimane invece sorprendentemente simile la difficoltà degli adulti nel riconoscersi nel mondo culturale dei più giovani.
Liquidare ciò che non comprendiamo come decadenza sarebbe troppo semplice. Ma sarebbe altrettanto semplice cadere nell’errore opposto: considerare automaticamente positivo tutto ciò che incontra il favore delle nuove generazioni.
Tra questi due estremi esiste uno spazio molto più interessante. È quello del dialogo e della responsabilità.
Un’istituzione pubblica che decide di rivolgersi ai giovani deve necessariamente ascoltarli. Non avrebbe molto senso costruire politiche giovanili scegliendo esclusivamente ciò che piace agli adulti. Finiremmo per offrire ai ragazzi la colonna sonora della nostra giovinezza e per stupirci quando preferiscono andare altrove.
Ascoltare, però, non significa rinunciare a scegliere.
Quando un’istituzione organizza, sostiene o promuove un’iniziativa culturale non agisce come un semplice osservatore del mercato. Compie delle scelte. E ogni scelta pubblica porta con sé una responsabilità.
La popolarità può certamente essere uno dei criteri. Non può essere l’unico.
Il fatto che un artista, un linguaggio o un fenomeno culturale raccolga un grande seguito dimostra che esso rappresenta qualcosa per una parte della società. Merita quindi di essere conosciuto e compreso. Ma la quantità del consenso non risolve automaticamente la questione della qualità o dell’opportunità di una scelta istituzionale.
La questione diventa più delicata quando parliamo di concerti e spettacoli rivolti prevalentemente ai giovani e quando, nella loro realizzazione, interviene la dimensione pubblica.
Un’istituzione non è soltanto il soggetto che autorizza, verifica o rende possibile un evento. Quando organizza, promuove, sostiene o mette a disposizione risorse e spazi per una proposta culturale, esercita una scelta. Ed esercitare una scelta significa necessariamente assumere un indirizzo.
Questo non significa che un’Amministrazione debba trasformarsi in un’autorità morale incaricata di stabilire quali canzoni possano essere ascoltate o quali artisti siano degni di salire su un palco. Sarebbe una pericolosa confusione tra responsabilità pubblica e censura.
Significa qualcosa di diverso: il pubblico non può rinunciare al proprio ruolo di selezione e di indirizzo proprio nel momento in cui decide di intervenire.
Se l’unico criterio fosse la popolarità, non servirebbe una politica culturale: basterebbero le classifiche. Se l’unico criterio fosse ciò che una determinata fascia di pubblico desidera, non servirebbe una politica giovanile: basterebbero gli algoritmi delle piattaforme.
La funzione pubblica comincia esattamente dove questi automatismi finiscono.
Deve ascoltare, certamente. Deve conoscere ciò che accade nella società e non può pretendere di imporre ai giovani i gusti delle generazioni precedenti. Ma deve anche valutare, selezionare, motivare e decidere. Altrimenti l’ascolto smette di essere uno strumento della politica pubblica e diventa semplice adeguamento al consumo.
Ed è questa la differenza fondamentale tra il mercato e un’istituzione. Il mercato registra una domanda e prova a soddisfarla. L’istituzione deve anche interrogarsi sull’indirizzo che intende dare alle proprie scelte, soprattutto quando queste coinvolgono i più giovani.
Le autorizzazioni garantiscono che un evento possa svolgersi nel rispetto delle regole previste. Ma quando il soggetto pubblico diventa promotore, organizzatore o sostenitore, la questione non si esaurisce nell’autorizzazione. Alla responsabilità amministrativa si aggiunge quella della decisione.
Non si tratta di essere responsabili delle parole pronunciate da un artista. Si tratta di essere responsabili della scelta di averlo inserito in una proposta pubblica.
Questa responsabilità non limita la libertà. È precisamente ciò che distingue una politica culturale dalla semplice programmazione di uno spettacolo.
Perché governare non significa soltanto permettere. Significa scegliere. E scegliere significa indicare una direzione.
Questo non significa invocare la censura.
La libertà artistica è preziosa proprio perché un artista non deve chiedere a un’istituzione il permesso di pensare, scrivere, cantare o provocare. Allo stesso modo, ciascuno deve poter scegliere liberamente ciò che desidera ascoltare.
Ma la libertà di esprimersi e la decisione di un’istituzione di sostenere una determinata proposta sono due piani differenti.
La seconda implica necessariamente una valutazione.
Anche coinvolgere direttamente i giovani nell’organizzazione delle iniziative è una scelta positiva. Significa riconoscere che non possiamo pretendere di conoscere il loro mondo meglio di loro.
Ma coinvolgere non significa abdicare.
Il ruolo educativo degli adulti non consiste nel dire sempre di no. E non consiste neppure nel dire sempre di sì per paura di sembrare vecchi.
Consiste nell’avere abbastanza curiosità per ascoltare e abbastanza responsabilità per scegliere.
A volte significa cambiare idea grazie ai ragazzi. Altre volte significa avere il coraggio di spiegare loro perché non condividiamo una proposta.
Questo è dialogo.
Ed è proprio qui che moderazione e progresso possono incontrarsi. Essere progressisti non significa considerare buono tutto ciò che è nuovo. Essere moderati non significa difendere tutto ciò che appartiene al passato.
Significa sottoporre entrambi alla stessa domanda: aiutano davvero una comunità a crescere?
La distanza tra generazioni non si supera fingendo che non esista. Si supera attraversandola insieme.
Perché il progresso non consiste nell’inseguire i giovani. Consiste nel camminare con loro.
Ladislaw