Ali d’acqua e di ricordo — La voce poetica sospesa tra due rive di Noureddine Lafrindi
di Francesco Nigri
Ci sono poeti che nascono dal vento, e poeti che nascono dal confine.
La voce poetica di Noureddine Lafrindi, poeta che vive a Fidenza e porta con sé la luce e la memoria del Marocco, appartiene a entrambi: al vento che attraversa le lingue e al confine che le tiene insieme.
La sua parola non conosce frontiere: scorre, sfiora, unisce.
Nella sua poesia convivono la musicalità araba e la misura dell’italiano, il calore mediterraneo e la pacatezza della pianura emiliana. È una lingua doppia, che respira in due direzioni e trova la propria identità nell’equilibrio fra silenzio e canto.
È un piacere recensire la sua poesia “Ali d’acqua e di ricordo” che Noureddine ha “donato” alla mia lettura in anteprima. Una poesia che è il manifesto di questa identità sospesa: un testo che si muove come una corrente, in cui l’amore, la memoria e la spiritualità si fondono in una stessa sostanza.
Fin dal titolo si avverte la fluidità dell’immagine: ali d’acqua — impossibili, trasparenti, eppure capaci di sollevare il peso della nostalgia. Sono ali che non sfidano la gravità, ma la accolgono; ali che volano restando immerse, che si nutrono del ricordo per non spegnersi mai.
Il sussurro al vento
Lafrindi non si rivolge direttamente alla donna amata: sceglie un tramite, il vento.
“Sussurrai al vento:
Dille di celare il profumo
delle sue trecce…”
Il vento diventa intermediario sacro, figura antica e sufi, messaggero tra l’uomo e l’assenza. È un’immagine tipica della poesia araba e, insieme, un ponte verso quella tradizione di parola-messaggera che ritroviamo in Gibran e, per sensibilità al naturale, anche in Tagore: la natura non fa da sfondo, ma partecipa al sentimento.
Il poeta chiede al vento di proteggere: “dille di celare il profumo…”, cioè di custodire la bellezza, di non esporla allo sguardo rapace (“i merli / non le rubino lo specchio”). Nella cultura da cui Lafrindi proviene, capelli, profumo, oggetti della cura femminile sono parte dell’identità interiore della donna: mostrarli è rivelarsi, custodirli è amare.
L’amore come memoria
Tutta la poesia è un lungo dialogo con l’assenza.
Lafrindi non canta un amore presente: canta un amore ricordato.
“O vento,
spalanca le finestre del ricordo…”
Qui il poeta compie un gesto preciso: chiede alla natura di riaprire il tempo. Il ricordo non è nostalgia passiva, è un’azione. È come se il passato fosse una stanza che il vento può riaprire, sciogliendo “le sue trecce” e lavando “la mia memoria / con la pioggia di quella notte”.
L’acqua, che ritorna più volte, è il simbolo di questa operazione: l’acqua lava, ma non cancella; purifica, ma non azzera. È memoria liquida. Per questo le “ali d’acqua” del titolo sono anche ali di ricordo: si vola solo se si ricorda.
Tra Tagore e Gibran, ma con una voce sua
Dire che la poesia di Noureddine Lafrindi “ricorda un po’ Tagore e Gibran” è vero, ma è riduttivo.
È vero perché:
- come Gibran intreccia eros e spiritualità senza contrapporli;
- come Tagore fa parlare la natura come se fosse un familiare;
- come la poesia araba classica, usa oggetti quotidiani (rosa, pettine, trecce, tende) come metafore dell’anima.
Ma Lafrindi resta personale perché questa lingua non arriva da un Oriente immaginato: arriva da una vita migrata. È la voce di chi ha portato in Italia il ritmo del proprio paese e lo ha fatto suonare dentro l’italiano senza perdere il canto originario. Questa “ibridazione morbida” è il suo tratto più interessante.
Il bambino che prega luce
Il momento più tenero del testo è forse questo:
“le mie labbra
pregano il cielo
di far piovere luce
su due bambini
che coloravano la terra
di henné e di sogni.”
Qui l’amore si rovescia in infanzia. Non è più l’amante e l’amata: sono due bambini. L’henné è colore di festa e di rito, ma anche di appartenenza al mondo arabo. “Coloravano la terra” è un’immagine bellissima: non giocavano soltanto, dignificavano ciò che toccavano.
Questa parte dice molto di Lafrindi: la sua poesia non è solo amorosa, è memoriale. Vuole salvare un tempo in cui l’amore era semplice, in cui la terra si poteva colorare e il cielo poteva “far piovere luce”.
La preghiera laica
“Ridesta le poesie / assopite tra le canne.”
Questa chiusa è quasi una poetica. Le poesie sono lì, addormentate, in un luogo umile (le canne, la riva, il canneto), e il poeta chiede che vengano risvegliate.
È una richiesta che non è solo per l’amata: è per la poesia stessa.
Lafrindi, qui, fa una cosa che fanno i poeti veri: chiede alla natura di ridargli la parola. È un atto di umiltà e di fede nella poesia.
Una lingua di soglia
L’italiano di Noureddine Lafrindi è un italiano abitato. Non è scolastico né letterario per compiacere: è un italiano che si lascia invadere da un’altra musica.
Il verso è lungo, ondulato, mai spezzato, con immagini che si susseguono come onde — esattamente come succede nei testi in arabo o nelle traduzioni letterali dall’arabo.
Questa cosa, in lui, non è un difetto: è la sua firma.
Leggi e senti che la lingua è italiana, ma il respiro no: il respiro è del sud, del deserto, delle terrazze bianche, dei cortili, dei panni stesi, delle stanze con le tende.
È questo che lo rende riconoscibile.
Poesia di migrazione, non di esilio
Un’altra cosa da dire su Lafrindi: la sua non è una poesia dell’esilio, è una poesia della migrazione riuscita.
Non sente il bisogno di accusare, di spaccare, di contrapporre.
Fa l’opposto: ricompone.
Mette sullo stesso tavolo la rosa e il cuscino, l’henné e il lago, i canneti e la stanza. Fa convivere l’Africa e l’Emilia.
Questa capacità di far parlare nello stesso testo due geografie è ciò che oggi, in Italia, manca spesso nella poesia di “seconda generazione”: o troppo cronaca, o troppo chiusura.
Lui no: lui fa musica di incontro.
Conclusione: la patria della parola
Con Ali d’acqua e di ricordo, Noureddine Lafrindi ci mostra che la vera patria non è la terra dove si nasce, ma la lingua in cui si sogna.
La sua è una poesia del ricordo che salva, non del passato che tormenta.
Una poesia che protegge la bellezza femminile invece di consumarla, che parla d’amore senza mostrarlo, che invoca la natura perché sia complice — non spettatrice — del sentimento umano.
In un tempo in cui la parola è spesso gridata, Lafrindi sceglie il sussurro.
In un tempo in cui si esibisce tutto, lui chiede di “celare il profumo”.
In un tempo in cui si corre, lui chiede al vento di fermarsi sulle trecce di una donna.
Ed è proprio in questo rovesciamento che si riconosce la poesia vera:
non quella che dice di più, ma quella che custodisce di più.
Francesco Nigri
www.francesconigri.it
Foto di Copertina tratta dal Web