Dal possesso alla libertà: la catechesi dell’amare di Don Gino La Placa
Recensione di Enza Spagnolo, Critico Letterario e Curatrice Editoriale
In “Amori maledetti. Come liberarsi da un amore malato”, Don Gino La Placa sceglie di andare oltre la semplice cronaca e la consueta denuncia della violenza di coppia per affrontare ciò che sta alla radice del problema: le fragilità dei legami, le distorsioni dell’affettività e la necessità, ormai urgente, di restituire all’amore il suo significato autentico. La forza dell’opera sta nella sua struttura polifonica, in cui la riflessione teorica si intreccia con le storie reali e la scrittura si lascia attraversare dall’esperienza vissuta, dal dolore e dalla ricerca di senso.
Al centro del libro c’è una visione dell’amore che rifiuta la logica del possesso per mettere al primo posto la cura dell’altro. Per Don Gino, amare significa riconoscere l’altra persona nella sua dignità più autentica, custodendone la libertà e gli spazi personali senza mai scambiare il legame con il controllo. L’amore vero non schiaccia e non assimila, ma offre il terreno giusto per far fiorire chi ci sta accanto. La catechesi dell’amare diventa così un percorso di crescita, un’educazione dello sguardo e dei sentimenti che insegna a conoscere i propri limiti.
A rendere unico il testo è l’unione di tre registri ben precisi. La parte saggistica smaschera con chiarezza le dinamiche della manipolazione e della dipendenza. Le testimonianze portano nel libro la concretezza delle vicende umane, dando un volto e una voce a chi ha vissuto la sofferenza sulla propria pelle. La poesia, infine, non è una semplice aggiunta formale, ma apre uno spazio intimo in cui la parola diventa riflessione e preghiera. Proprio l’innesto dei versi dà una forte carica emotiva all’opera: la poesia trasfigura l’analisi e la rende più profonda, diventando il mezzo per toccare i punti più delicati e dare un nome al dolore senza ferire. Il testo si muove così su più livelli, unendo lucidità e sensibilità poetica, guida spirituale e riflessione.
Un passaggio fondamentale del libro è lo smantellamento di quel linguaggio ingannevole che prova a far passare il controllo per dedizione assoluta. Gelosia, isolamento, ricatti emotivi e vittimismo sono i segnali attraverso cui una relazione si guasta fino a consumare chi la vive. Don Gino spiega come la violenza non sia quasi mai un fulmine a ciel sereno o un momento di follia improvvisa; è piuttosto il risultato di un controllo esercitato giorno dopo giorno. Smontare il mito del “raptus” serve proprio a mostrare la continuità e la premeditazione che si nascondono dietro certi comportamenti.
Le storie di Tania, Sofia, Greta e Carmela traducono la teoria in esperienza vissuta attraverso spaccati di vita che rivelano una realtà diffusa e spesso invisibile. In questi racconti emergono la fragilità, il bisogno di affetto, la difficoltà di staccarsi, i sensi di colpa e l’illusione di poter cambiare chi si ha accanto. Don Gino accoglie queste vicende con un ascolto profondo, trasformando il racconto in un’occasione di verità e di riscatto.
La spinta pedagogica del libro è chiarissima: non si limita a teorizzare l’affetto, ma insegna a riconoscerne la genuinità nella vita quotidiana. Don Gino sottolinea infatti come la relazione e la comunicazione vengano fortemente compromesse quando prevale l’affermazione esasperata del proprio «Io». La svolta avviene quando si prende coscienza che l’«Io» deve relazionarsi con il «Tu» dell’altro, compiendo un decisivo cambio di prospettiva: passare da un autoreferenziale «Chi sono io?» a un più inclusivo e altruista «Per chi sono io?». È questo passaggio dal ripiegamento individuale al dialogo autentico che deve guidare le nostre azioni. Prima ancora di appagare l’individualismo o di considerare la propria personalità come un’entità autonoma e separata dal resto, occorre mettersi in discussione con l’altro attraverso gesti concreti di solidarietà umana. Il cuore matura proprio quando impara a superare il bisogno di dominare, separando la dedizione dalla dipendenza e la presenza dal controllo. È un messaggio che chiama in causa famiglie, scuole e comunità, luoghi fondamentali per insegnare un’educazione emotiva basata sulla fiducia e prevenire ogni forma di abuso.
Questa visione trova un forte riscontro anche nella copertina curata da Anna Giannone. La spirale di elementi visivi richiama l’isolamento e la trappola del controllo, mentre la figura femminile tra ombre e toni scarlatti emerge come una presenza ferita ma forte: una scelta grafica che riflette appieno la drammaticità delle storie raccontate.
Nelle pagine conclusive, Amori maledetti si rivolge a tutta la società, chiedendo a educatori e istituzioni di fare la propria parte. Fare prevenzione significa imparare a leggere i primi segnali, saper ascoltare e intervenire prima che sia troppo tardi. Don Gino La Placa ci consegna un messaggio limpido: l’amore non è un nodo che stringe, ma uno spazio in cui respirare, rispettarsi e in cui ogni personalità possa trovare il proprio spazio di libertà per crescere.
Enza Spagnolo | Critico Letterario e Curatrice Editoriale
LUNA D’AGOSTO
Luna d’agosto
attorniata
da miriadi di damigelle
diademi di luminosa bellezza,
regalami
una tua dichiarazione
d’amore
sotto questo cielo
adombrato di stelle.
Un attimo ancora
e non ci sarò più.
Sommerso io sarò,
nei tuoi ricami d’organza
e tu luna di luce
mi regalerai
l’ultimo tuo istante
eterno
e una pennellata di stelle
accoglierà questo
mio triste lamento
di singhiozzo e di pianto.
Don Gino La Placa

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.