Echi (di pietre tonfanti): la poetica dei cerchi concentrici di Carmelo Salvatore Benfante Picogna | A cura di Enza Spagnolo Critico Letterario e Curatrice Editoriale
Carmelo Salvatore Benfante Picogna costruisce una poesia che non si limita a descrivere il reale: lo provoca, lo smuove, ne coglie la vibrazione più segreta. La metafora della pietra che cade — immagine-nucleo della silloge Echi (di pietre tonfanti) — definisce con precisione il gesto poetico dell’autore: un impatto verticale e traumatico con la realtà e, subito dopo, la parola che si apre in un orizzonte di risonanze, gli anelli concentrici dell’eco. È nella diffusione di quel suono, nel ritorno della voce agli altri, che la poesia trova il suo fine etico: non un canto dell’io isolato, ma un dono rivolto alla comunità.
L’eco come dispositivo etico e interpretativo
La prefazione del giudice Gianbattista Tona introduce una chiave di lettura particolarmente feconda: le “prove mute”. Oggetti, pietre, strade dimenticate non restano meri residui; diventano indizi che parlano con il linguaggio del tempo e restituiscono vicende e identità. Benfante Picogna pratica esattamente questo scavo: dal tonfo iniziale emerge una memoria che viene consegnata allo spazio collettivo. Così la poesia si configura come restituzione, come responsabilità verso il comune.
Dialettica tra verticalità e orizzontalità
Il movimento verticale — la caduta, la ferita, la profondità notturna — è l’atto primario della creazione poetica. Ma è nel movimento orizzontale dell’eco che si gioca la posta: la voce si dilata, attraversa il paesaggio, tocca il vissuto altrui. Le liriche della silloge alternano quindi un tempo del buio e dell’intuizione a un tempo della condivisione, facendo sì che la parola, pur nata nell’intimità, trovi compimento fuori di sé. Il motivo è ben reso nei versi centrali della raccolta: “Volsero le età, le case, i nomi, / come foglie trascinate alla foce; / ma dentro il tempo, oltre i suoi cromi, / restò nel buio una segreta voce.”
Lingua come energeia: memoria, paesaggio, storia
Benfante Picogna tratta la lingua come forza viva — non come un insieme di segni statici — e ne fa uno strumento conoscitivo. L’architettura della silloge è un itinerario: il dato memoriale, il paesaggio rurale, la storia collettiva si intrecciano in un linguaggio che spazia dalla concretezza sensoriale all’astrazione filosofica. L’autore parte spesso da immagini nitide — “una luce”, “una campana”, “un volto” — e le apre a riflessioni sul tempo, sulla perdita, sull’attesa. Qui l’eco diventa categoria ontologica: ciò che resta continua a vibrare, anche nella distanza.
Due registri a confronto
Un tratto distintivo della raccolta è il dialogo costante tra l’elemento arcaico e vernacolare e il registro speculativo-contemporaneo. Il vernacolo non è mera folklorizzazione: è materia sensoriale e memoria antropologica — basti pensare all’espressione “la ricotta di la zia Nina”. Dall’altro lato, testi come “Interrogativo”, “Sospensione” e “Modus” mostrano la tensione teorica dell’opera: la domanda come postura esistenziale, la sospensione come atto conoscitivo e il limite come misura dell’umano andare. L’attrito fra questi registri genera una risonanza particolare: il presente contemporaneo si comprende solo in dialogo con le radici.
Il ritorno come atto conoscitivo
Il motivo del ritorno attraversa la silloge: tornare su una via, su una pietra, su un volto significa interrogare il passato per rifondare il presente. La geografia urbana e rurale si trasforma in paesaggio interiore; “A la via Crispi”, la strada, diventa spazio della memoria che custodisce il tempo stratificato. Camminare di nuovo su quelle pietre significa ascoltare il silenzio, misurare la distanza tra ieri e oggi, ricostruire il rapporto profondo con un luogo. Il ritorno non è mera nostalgia ma pratica conoscitiva, un recupero di frammenti di sé che rende possibile la risonanza collettiva.
Notte, sogno e risveglio poetico
Nella poetica di Benfante Picogna la notte è spazio primario del silenzio e della parola nascente; il sogno non è fuga ma conoscenza alta dove passato e presente si incontrano. L’immagine che trasforma il vento in rito è espressa al verso: “D’incenso fu il vento”, dove il moto si fa preghiera e memoria. La poesia, allora, non interrompe il sogno: lo completa, rendendo l’eco condivisibile attraverso il verso.
La parola come misura dell’umano
A emergere dalla raccolta è un invito morale e stilistico: rallentare, ascoltare, abitare il limite. In versi che sanno tenere insieme la forza originaria e la sua diffusione, Benfante Picogna rivendica la dignità della parola misurata. L’io poetico non pretende la luce assoluta, ma chiede il limite che dia misura all’umano andare — un principio che trova piena sintesi nei versi: “Non chiedo luce: / mi basta il limite / che dà misura all’umano andare.”
Echi che chiedono partecipazione
Echi (di pietre tonfanti) è una silloge che lavora sulle profondità per restituire un orizzonte condiviso. Paesaggio, memoria, dialetto e sogno non restano puro sfondo: sono soglie attraverso cui il reale si apre alla verità interiore. In tempi in cui la parola rischia spesso di perdersi nella fretta e nell’istantaneità, la poesia di Benfante Picogna propone un ritorno alla cura del linguaggio e alla responsabilità della restituzione. Il tonfo iniziale chiede allora non solo ascolto, ma partecipazione: che l’eco raggiunga e trasformi la comunità.
Enza Spagnolo | Critico Letterario e Curatrice Editoriale

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